Le differenti anime della salsa cubana
Di Cuba e Puerto Rico si dice spesso che sono di “un pajaro las dos alas”, ovvero di un uccello le due ali. Per molti secoli la loro storia si è evoluta quasi all’unisono, poi ha preso cammini completamente diversi che rispecchiano oggi due realtà sociali quasi agli antipodi.
La differenza non credo sia tanto da ricercare nella diversa influenza che gli Stati Uniti hanno avuto nella storia di questi due popoli, ma nel fatto che Puerto Rico è oggi un’isola capitalista, fortemente creola, mentre Cuba è un’isola comunista ma con una influenza africana ancora assai presente nel suo tessuto sociale.
Oggi le differenze tra i due popoli sono enormi, in quanto completamente diverso è il fine della musica. Di conseguenza diverso sarà anche il modo di ballare. La differenza più marcata tra cubani e portoricani, sta nell’approccio erotico-trasgressivo che i primi hanno con il ballo. Approccio oggi completamente assente nei locali di ballo portoricani, con l’esclusione delle discoteche di reggaeton dove al contrario troviamo una situazione molto simile a quella cubana. Ho comunque l’impressione che il giovane cubano possa passare indifferentemente da un reggaeton ad una salsa, mentre il giovane portoricano, pur magari apprezzando la salsa, preferirà sicuramente il reggaeton, almeno fino a quando non diventerà un po’ più adulto.
Approfondendo un po’ il tema, possiamo affermare che tutti i cubani ballano allo stesso modo? Esiste, al di là delle varie interpretazioni personali, una maniera comune di ballare salsa o, come direbbero da queste parti, casino? In realtà no, perché anche a queste latitudini ci sono varie correnti stilistiche che si rifanno anche a particolari tipi di musica. Alle volte persino tra una regione e l’altra ci sono delle differenze sostanziali: basti pensare alle differenze che esistono tra i ballerini di Santiago e quelli dell’Habana.
Andiamo ad osservare queste correnti stilistiche:
– All’apice della piramide troviamo, ad esempio, una salsa più da cabaret, ovvero una salsa stilizzata che ha molto a che fare con la danza, quella che in particolare è possibile vedere nel mitico Tropicana o nei lussuosi cabaret dell’Habana. Uno stile molto elegante e ricercato, figlio delle invenzioni di qualche famoso coreografo (come Rodnei Neira o Santiago Alfonso), che parte anche da una profonda conoscenza delle possibilità espressive del proprio corpo, conseguenza a volte di anni ed anni di studio, trascorsi all’ISA (Istituto Superiore dell’Arte dell’Habana) o presso la scuola dello stesso Tropicana.
– Abbiamo poi una salsa influenzata molto dal son. Una salsa, ballata in contrattempo, estremamente elegante e contenuta, fatta di poche ed essenziali figure ma di molti accenti corporei, patrimonio soprattutto delle vecchie generazioni di bailadores.
– Abbiamo quindi una salsa molto elaborata, influenzata soprattutto dalla popolarità che ha avuto il rock and roll a Cuba negli anni ‘50. Una salsa molto macha, veloce, piena di intrecci e di finte, bisognosa anche di una buona base atletica e di una certa dose di virtuosismo.
– Abbiamo quindi una salsa rumbeada, dove i singoli ballerini accentuano la parte afro di questo ballo, introducendo alcune movenze, gesti o accenti corporali provenienti sia dalla rumba che dai balli di santeria.
– Abbiamo ancora una salsa-timbeada, ovvero una salsa che si balla prevalentemente staccati con l’utilizzo di movimenti corporei molto erotici, da alcuni ribattezzati tembleque e despelote. Una salsa questa (da me simpaticamente ribattezzata afro-cuban-hip hop) che sta avendo successo soprattutto tra le nuove generazioni, anche perché non ha bisogno di un apprendimento particolare, in quanto prescinde dal ballo di coppia.
E che dire poi dei tempi di esecuzione? In questo caso libertà più assoluta. Da quelli che ballano rigorosamente in contratiempo (a tempo di son), da quelli che ballano a tempo, da quelli che ballano sul terzo tempo, per finire a quelli che ballano sul tempo libero, alla “come viene viene“.
Di conseguenza, è normale che la salsa cubana che si balla oggi in Italia sia abbastanza differente da quella che si balla nei luoghi d’origine, perché, nonostante alle volte sia insegnata dagli stessi cubani, si adatta sempre al gusto del popolo che lo assimila. E’ quello straordinario fenomeno che lo studioso cubano Fernando Ortíz con una felice intuizione ha battezzato “transculturación“.
Sicuramente in Italia abbiamo degli ottimi insegnanti, dei bravi ballerini, ma è pur vero che noi siamo diversi, la nostra indole è diversa, la nostra cultura è diversa, il nostro sentire è diverso, il nostro modo di camminare è diverso, il nostro modo di rapportarci, persino di fare all’amore è diverso e quindi, di conseguenza, anche la salsa cubana qui in Italia sarà abbastanza diversa dall’originale. Ed ancora più diversa sarà in base alla propria accademia di provenienza, al punto che principianti di scuole diverse potrebbero paradossalmente non intendersi in pista.
Ci dovrebbe essere, è vero, una base in comune, ma spesso questa affinità non c’è, perché è diverso il risultato finale a cui si vuole arrivare. Alcuni cubani ad esempio insegnano salsa con uno step, altri con una pausa sul quarto tempo. Alcuni la insegnano con un andamento leggermente saltellante, altri in maniera molto camminata, con il peso sempre scaricato sul terreno (alla maniera del merengue per intenderci). Altri la ballano sulle mezze punte, altri ancora utilizzando sia la mezzapunta che il tallone. Alcuni te la fanno interpretare in maniera frenetica, altri in maniera più elegante. Alcuni puntando tutto sulle figure e sugli intrecci, altri accentuando i movimenti del corpo, introducendo posture derivanti dal funky o dall’hip hop. Tutti questi particolari messi insieme, determinano, inevitabilmente, enfasi diverse, interpretazioni diverse di uno stesso ballo che alla fine invece di unire, potrebbe dividere.
A meno che non si riesca fare un processo inverso: ovvero invece di enfatizzare le differenze, concentrasi di più sulle cose in comune.
Di Enzo Conte
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